Felicità e Qualità della vita

Finché le persone vivono in ristrettezze materiali non possono che puntare a soddisfare le esigenze più immediate di sopravvivenza e sicurezza; tuttavia, raggiunte tali mete aspirano ad ascendere nella scala sociale, svolgendo un lavoro più qualificato di quello dei genitori e conquistando uno status superiore. In questa seconda fase esse ritengono che la felicità e la realizzazione personale risiedano nel conseguimento di obbiettivi materiali e sociali. Quando finalmente li hanno raggiunti e consolidati si rendono però presto o tardi conto che nonostante i traguardi raggiunti, pur necessari e importanti, permane un senso di incompletezza, di vuoto, di bisogno. È a quel punto, e non prima, che si fanno sentire bisogni più elevati.
Solo in tempi recenti - grazie ai processi di industrializzazione, democratizzazione e scolarizzazione avviatisi attorno al XIX secolo - si sono create in occidente le condizioni economiche, sociali e culturali per una diffusione su ampia scala di tale fenomeno, che è difatti cresciuto con lo stesso andamento dei suddetti processi, prima gradualmente e poi con una rapida impennata in corrispondenza del boom economico e democratico avviatosi dopo la seconda guerra mondiale. Il rapido estendersi della classe media, l'innalzamento dei livelli di alfabetizzazione e istruzione superiore, il raggiungimento di livelli di benessere materiale mai raggiunti in precedenza hanno contribuito a far sì che molte persone iniziassero ad avvertire esigenze più elevate, che vanno oltre il possesso di beni o il raggiungimento di più alte posizioni di potere e status sociale.
Tuttavia non basta che si raggiunga un adeguato livello di benessere materiale che ponga al riparo dalle emergenze e dalle ansie della sopravvivenza, ma occorre anche la capacità critica di mettere in discussione i valori e le mete meramente utilitaristiche proposte dalla cultura dominante. Difatti, finché si crede ciecamente in tali valori non si potrà che rispondere al senso di insoddisfazione cercando di accumulare quantità maggiori di quello che già si possiede - denaro, status sociale, potere etc. - invece di ricercare gratificazioni qualitativamente diverse.


Anche per questo l'equazione "più sviluppo economico uguale più felicità" sta rapidamente entrando in crisi e un numero consistente di persone è ormai convinta che la felicità sia semmai connessa alla decrescita economica e ad una maggiore attenzione agli aspetti qualitivi della vita invece che a quelli meramente quantitivo-materiali.

(dal libro di E. Cheli e N. Montecucco, I Creativi Culturali, Xenia Edizioni)


La felicità nella visione olistica

Nella visione olistica emergente, l'essere umano è considerato il punto di incontro di quattro dimensioni fondamentali tra loro interdipendenti: il corpo, le emozioni, la mente e la spiritualità. Se siamo in contatto con tutte e quattro queste dimensioni del nostro essere, se le ascoltiamo e le coltiviamo in modo equilibrato, la nostra vita diviene via via più sana, soddisfacente, realizzata; se viceversa ne riconosciamo solo alcune e trascuriamo o, peggio, neghiamo le altre, creiamo squilibrio e quindi malessere, sofferenza, malattia: ad esempio privilegiando troppo la sfera mentale a scapito di quella corporea ed emozionale, oppure incentrandosi troppo sugli aspetti materiali trascurando quelli affettivi e spirituali. Produce aridità e sofferenza il materialismo, che privilegia il corpo e la mente negando il "cuore" e la spiritualità, e producono sofferenza anche quelle religioni che enfatizzano la spiritualità e il "cuore" oscurando le altre dimensioni della natura umana. La via maestra che conduce al benessere e alla felicità non è nella mente ma neppure nel corpo o nella spiritualità o nelle emozioni, bensì in un armonico equilibrio tra tutte queste dimensioni; ognuna di esse rappresenta solo una parte dell'essere, e se una parte - quale che sia - prende il sopravvento sul tutto non può che derivarne conflitto e dunque sofferenza.
La felicità si manifesta spontaneamente quando siamo in armonia con noi stessi e col mondo esterno, mentre si allontana quando ci troviamo in situazioni di conflitto aperto. Insomma, come da millenni sostiene la medicina cinese, il conflitto - o meglio, il conflitto irrisolto e protratto - è la causa primaria di ogni malessere, fisico, psicologico, sociale.
Quando parliamo di conflitto pensiamo subito al conflitto esteriore: la divergenza di opinioni con un collega, le diverse aspettative tra noi e il nostro partner, gli scontri di potere tra figli e genitori, lo scontro di religioni o di civiltà, la competizione economica tra stati etc. Tuttavia esiste anche un conflitto interiore, assai meno noto ma non meno importante ai fini del nostro benessere o malessere, come quando il desiderio di mangiare confligge con il desiderio di non ingrassare, o il desiderio sessuale confligge con le nostre convinzioni religiose oppure con la nostra idea di fedeltà. Il mondo interiore è tutt'altro che coerente e in ogni persona vi sono - seppure in misura diversa - convinzioni che contrastano con altre convinzioni o con particolari bisogni, desideri tra loro in antagonismo, sub-personalità in competizione e via dicendo. Ciò dipende soprattutto dal fatto che fin da piccoli alcuni dei nostri bisogni e alcuni aspetti del nostro carattere entrano in conflitto con quelli dei nostri genitori o di altri adulti significativi e anche con le credenze e i valori della cultura cui apparteniamo, e questo conflitto non viene risolto attraverso la comunicazione e la conciliazione, trovando un punto di incontro, ma in modo autoritario e unilaterale. Ne deriva a lungo andare una scissione della nostra personalità in due fazioni, una in lotta contro l'altra, e finiamo per gestire questo conflitto interiore nello stesso modo in cui è stato gestito il conflitto esteriore: una delle due fazioni vince, l'altra perde. Ciò non risolve affatto il conflitto, lo sposta soltanto nelle profondità dell'inconscio, rendendolo semmai ancora più insidioso.
E' proprio questa gestione unilaterale e controproducente del conflitto (e la disarmonia che produce) che ci tiene lontani dalla felicità e ci fa andare alla ricerca di falsi ideali, surrogati e gratificazioni illusorie. Di ciò, fino a qualche anno fa, erano convinti solo gli psicoterapeuti (neppure tutti) e una ristretta minoranza di psicologi e sociologi accademici; oggi tuttavia, grazie alla notevole evoluzione delle neuroscienze, questa ipotesi ha raccolto anche importanti conferme sul piano della neurofisiologia.

(dalla Prefazione di E. Cheli, Le ragioni della felicità, di C. Boiron, Franco Angeli editore)