Olismo

Benché il concetto sotteso da questo termine sia presente già nella filosofia classica, è solo a partire dalla fine del Diciannovesimo secolo che si registra in ambito scientifico e filosofico una qualche elaborazione teorica e dottrinale al riguardo, ed è solo a partire dalla seconda metà del XX secolo che la visione olistica della realtà ha cominciato a diffondersi nei diversi ambiti della scienza - dalla biologia alla sociologia, dalla medicina alla psicologia - acquisendo via via sempre maggiore credibilità e delineando i contorni di quello che possiamo oggi chiamare un nuovo paradigma scientifico, alternativo a quello riduzionista e meccanicista che da secoli predomina incontrastato in tutti i campi della ricerca scientifica. Un paradigma, quello dominante, che merita indubbiamente riconoscenza, poiché ha reso possibile uno sviluppo tecnologico ed economico senza precedenti, ma che presenta rilevanti limiti conoscitivi e pericolosi effetti collaterali. È proprio a causa di ciò che il suddetto paradigma è stato messo in discussione, prima da uno sparuto gruppo di pionieri e poi da un numero sempre maggiore di persone - anche al di fuori del mondo scientifico - preoccupate per i dissesti da esso direttamente o indirettamente prodotti. (…)
La concezione del mondo visto come un grande e inanimato congegno meccanico e la conseguente settorializzazione a compartimenti stagni della ricerca, non solo limitano di molto le capacità esplicative della scienza ma producono anche gravi conseguenze che coinvolgono tutta la comunità umana e addirittura l'intero pianeta Terra. Difatti, perdendo di vista il contesto generale, si è favorito l'affermarsi di una scienza "senza anima" e di una tecnologia ed economia "senza etica", corresponsabili della devastazione degli ecosistemi, dell'inquinamento delle acque, dei cibi, dell'aria, della dispersione delle scorie radioattive, dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e di altri gravissimi problemi dell'epoca attuale.
Non solo l'ambiente ma anche l'essere umano è stato spesso frammentato e ridotto a macchina, con un crescente senso di separazione da se stesso, dagli altri e dalla natura, e con conseguenti gravi malesseri psichici, esistenziali, sociali e spirituali. Malesseri che non possono essere "curati" in modo frammentario, come finora si è tentato di fare, "affidando ai medici il corpo, agli psicologi la mente e alle religioni l'anima, come se si trattasse di entità separate e non di aspetti interconnessi di un unico sistema dotato di una unità di coscienza" (Montecucco N. F., comunicazione personale). A tale proposito la scienziata indiana Vandana Shiva (…) mette in discussione il paradigma della razionalità scientifica occidentale e il rapporto scienza/uomo/natura ad esso connesso, in quanto strettamente funzionale all'affermazione di una mentalità maschilista, sfruttatrice e violenta. Tale approccio si sarebbe affermato fin dagli inizi dalla cosiddetta "rivoluzione scientifica", trovando in Francis Bacon uno dei suoi più significativi rappresentanti, per poi estendersi e colonizzare, col suo ideale di sfruttamento delle risorse naturali per fini produttivi e di mercato, tutto il pianeta.
Una tesi, questa, sostenuta in precedenza anche da Carolyn Merchant (1980), che osserva come Bacon utilizzasse nei suoi scritti termini decisamente violenti per illustrare il suo nuovo metodo di investigazione, sostenendo che la natura doveva essere "braccata", "costretta a servire" e "resa schiava". Essa doveva essere "messa in catene" e l'obbligo dello scienziato doveva essere quello di "estorcerle con la tortura i suoi segreti". (…) Mentre nell'antichità l'obiettivo della scienza era stata la saggezza, la comprensione dell'ordine naturale e l'adeguamento della vita a tale ordine, a partire dal XVII secolo questo atteggiamento si trasformò radicalmente, e l'obiettivo della scienza divenne quello di una conoscenza volta a dominare e controllare la natura. Le molte ricadute negative prodotte a livello etico e ecologico dalla scienza, dalla tecnologia e dallo sviluppo economico da esse conseguente non vanno dunque considerate effetti collaterali accidentali ma sono iscritte fin dalle origini nello statuto stesso della scienza, nella sua gerarchica e prepotente ideologia patriarcale, che conduce alla violenza sulla natura e sulla donna-madre. Ritornando a Vandana Shiva, ella afferma che la "moderna scienza riduzionistica, e così lo sviluppo, risultano essere un progetto patriarcale che, da un lato, ha escluso le donne dal ruolo di esperte e, dall'altro, ha rifiutato di considerare "scienza" le vie di conoscenza ecologiche e olistiche, che comprendono e rispettano i processi e le interconnessioni in natura. [...] Nell'attuale concezione occidentale della natura pesa invece la dicotomia, il dualismo tra l'uomo e la donna e tra l'essere umano e la natura."
Fino ad un recente passato si è voluto credere che i progressi della scienza e della tecnologia avrebbero potuto prima o poi riparare i dissesti da loro stesse compiuti, ma questa idea appare oggi del tutto illusoria. Per affrancarsi da tali insostenibili conseguenze, osserva lo psichiatra inglese Ronald Laing, la scienza, "deve adottare un nuovo atteggiamento, un orientamento diametralmente opposto; deve passare dall'intento di dominare e controllare la natura all'idea, espressa per esempio, da Francesco d'Assisi, che l'intera creazione sia nostra sorella, se non nostra madre." (…)
Un tale cambiamento nelle finalità della scienza comporta un corrispondente cambiamento di rotta anche sul piano epistemologico, che sposti il fuoco della ricerca dall'incremento delle conoscenze settoriali ad un ampliamento della conoscenza globale dei fenomeni nella loro interdipendenza con altri fattori e processi con cui si trovano in mutua relazione. Oltre ad un potenziamento delle capacità conoscitive, tale cambiamento consentirà anche di acquisire una maggior consapevolezza sulle possibili ripercussioni sistemiche di certi interventi umani, favorendo una più accurata prevenzione e gestione dei fattori di rischio.
Purtroppo questo modo alternativo e globale di vedere le cose è ancora quasi del tutto ignorato nella civiltà occidentale, dove al contrario la tendenza alla settorializzazione e frammentazione continua a predominare non solo nella scienza ma anche nelle altre sfere della vita sociale - dalla politica alle religioni, dall'educazione alle relazioni interpersonali. Né a scuola né nelle università si insegna a studiare la realtà in modo olistico, a ricercare non solo le differenze ma anche le somiglianze e i nessi esistenti tra i molteplici livelli e processi che la costituiscono. Quasi nessuno insegna a prendersi cura dell'essere umano, della natura o della società nella loro totalità, né tantomeno ad educare gli esseri umani all'unità.
Tuttavia, mentre le istituzioni scientifiche e i modelli didattici e formativi dominanti sono ancora impostati su principi meccanicisti-riduzionisti, parti consistenti delle società occidentali stanno transitando verso una cultura post-moderna, caratterizzata da una profonda messa in discussione di molti vecchie credenze e valori e dall'emergere di valori alternativi, quali: la sostenibilità ecologica; l'interculturalità; l'armonia tra maschile e femminile; la crescita personale e spirituale; l'equità sociale; l'economia etica, la pace e la risoluzione costruttiva dei conflitti.
Questa cultura nascente invoca in primo luogo una maggiore attenzione per gli aspetti di interconnessione sistemica: il nostro pianeta va visto come un unico grande sistema, dove ciò che avviene ad esempio nelle foreste dell'Amazzonia o sopra l'Antartide, nei Balcani o in Medio Oriente, non è separato e isolato dal resto del pianeta ma può avere su di esso notevoli ripercussioni. Parimenti, anche l'essere umano va visto come sistema interdipendente, in cui il corpo non è separato dalla mente, un organo non è isolato dagli altri e dal sistema globale, la coscienza e lo spirito si riflettono sulla realtà emozionale, mentale e anche materiale. Solo attraverso un tale processo unificante - si sostiene da più parti - si potrà imprimere una svolta all'attuale trend negativo, aprendo le porte ad un futuro più ecosostenibile, pacifico e consapevole.

(dal libro di E. Cheli, Verso un paradigma olistico, in corso di pubblicazione)