Pace e Gestione non violenta dei conflitti

Cultura della guerra nel senso che questa veniva ritenuta inevitabile, in quanto intrinseca alla natura umana; cultura per la guerra nel senso che si dava valore alla guerra, considerandola positiva (purché vittoriosa) e promuovendola tessendo lodi e miti sui suoi protagonisti (dai poemi bellici di omerica memoria ai più recenti monumenti ai caduti). Basti pensare che ancora oggi viene insegnata nelle scuole una storia imperniata in larga misura attorno alle guerre e ai loro protagonisti, mentre niente viene insegnato su come poterle evitare o anche solo sull'idea che ciò sia possibile. Si dedica molto tempo a delineare figure storiche di condottieri, generali, eroi di guerra mentre si sorvola sulla personalità e l'opera di personaggi che hanno promosso nel mondo l'idea della nonviolenza, quali Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King ed altri.
Solo nel XX secolo l'idea di gestione non violenta dei conflitti si fa strada, sia nella società sia nella comunità scientifica, e non a caso, poiché tale idea ha senso solo nell'ambito di una società democratica; solo in tale contesto il conflitto può venire allo scoperto, poiché vi è - almeno sulla carta - parità di diritti tra i diversi soggetti e ognuno di essi ne è in qualche misura consapevole. "La legge è uguale per tutti", così come "tutti i cittadini hanno uguali diritti senza distinzione di sesso, classe, religione" sono appunto alcuni dei principi democratici che hanno reso possibile l'emergere dell'idea di risoluzione costruttiva e nonviolenta del conflitto. Certo, non sempre tali principi vengono correttamente e compiutamente applicati, ma comunque esistono e sono condivisi, mentre in un passato anche recente erano solo mere utopie.
Dunque siamo entrati in una fase nuova della storia sociale dell'umanità, una fase in cui si inizia a dare più valore alla pace che alla guerra, in cui si ritiene che la violenza danneggi non solo il perdente ma anche il vincitore: anch'egli infatti riporta danni da una guerra - sia essa tra due persone o tra due nazioni - e i vantaggi che ottiene dalla vittoria, detratte le perdite, risultano molto spesso inferiori a quanto avrebbe potuto ottenere attraverso un accordo costruttivo. Questo fatto si è reso molto evidente a seguito della invenzione delle armi nucleari: una guerra atomica sarebbe infatti talmente distruttiva che chiunque vincesse subirebbe comunque tali perdite che nessun bottino di guerra e nessuna conquista di territori o di privilegi economici potrebbero mai pareggiare. Analogamente, una separazione giudiziale tra coniugi produce spesso così tanti danni economici e soprattutto psicologici su loro stessi e sui figli da non poter essere considerata da nessun punto di vista remunerativa, neppure per chi dei due riesce a vincere il processo.

(dal libro di E. Cheli, Le relazioni interpersonali, Xenia edizioni)


Il conflitto non implica necessariamente lo scontro

I conflitti emergono prima o poi in ogni relazione, non solo quelle tra persone, ma anche tra gruppi, organizzazioni o nazioni, e questo è un fatto inevitabile; si può però evitare che essi degenerino e divengano distruttivi, imparando a trasformarli in occasioni di crescita e talvolta anche di collaborazione.
Distinguiamo per prima cosa tra conflitto e scontro, poiché spesso i due termini sono usati come sinonimi e questo contribuisce a creare confusione; gli addetti ai lavori preferiscono differenziarne così il significato: si ha un conflitto quando tra i soggetti in relazione vi è una qualsiasi divergenza: di interessi economici, di punti di vista, di carattere, di genere, di ideologia o religione, di valori e norme, di cultura. Ad esempio, Se Mario desidera trascorrere le vacanze in montagna e Giuliana, sua moglie, al mare, siamo già in presenza di un conflitto; analogamente vi è conflitto se la nazione X vuol costruire una diga su un fiume che la attraversa e la nazione Y, a valle del fiume, si oppone. Non siamo però ancora allo scontro e non è detto neppure che vi si arrivi: i soggetti in gioco potrebbero trovare un accordo che soddisfi entrambi. In tal caso diremo che il conflitto è stato risolto in modo costruttivo. Se invece si arriva allo scontro - sotterraneo o esplicito, verbale o fisico, legale o armato - allora vorrà dire che il conflitto è stato gestito in modo distruttivo: la guerra tra nazioni e l'omicidio sono le forme più distruttive di scontro, poi vi sono forme via via meno violente e distruttive di scontro, dalle percosse alla minaccia, dalla vertenza legale alle offese verbali fino alle calunnie e alle altre forme di "guerra fredda".
Per secoli la modalità principale per gestire i conflitti è stata la legge del più forte, il che portava inevitabilmente alla remissività o allo scontro. Non che talvolta non si giungesse a forme pacifiche di accordo e conciliazione pacifica dei conflitti, ma se un soggetto aveva la percezione di essere più forte dell'altro, raramente esitava a scegliere la strada della minaccia o della violenza, ritenendola più vantaggiosa di un accordo. Trovare un accordo implica - si credeva - soddisfare solo parzialmente i propri desideri mentre combattendo e vincendo si poteva avere tutta la posta per sé. (…)
Oltre che dalla cultura della guerra e dalla legge del più forte, il degenerare di un conflitto verso la distruttività deriva dalla incapacità di comprendere e accettare le differenze, a sua volta legata a una credenza erronea, diffusa in quasi tutte le culture del pianeta, che confonde la diversità con l'antagonismo, ritenendo che tra due posizioni o punti di vista diversi debba esserci una competizione o uno scontro che decida il prevalere di uno solo dei due. In realtà la diversità può essere vista anche in altro modo, non antagonistico ma anzi costruttivo, poiché è proprio grazie alla diversità che esiste il nostro mondo, a livello fisico, psichico e sociale. Tutti i fenomeni, da quelli cosmici a quelli della vita biologica e sociale fino a quelli sub-atomici esistono proprio grazie ad un gioco di diversità, di polarità opposte-complementari: può trattarsi di un flusso tra poli opposti o con diverso potenziale, come nei fenomeni elettrici oppure una alternanza tra poli (notte-giorno, inspirazione-espirazione, contrazione-rilassamento ecc.); o ancora una interazione tra forze "opposte" (gravitazione vs. moto orbitale, repulsione elettromagnetica vs. attrazione nucleare forte ecc.). Perfino la struttura stessa della materia risulta imperniata sul gioco di poli opposti, come protoni e elettroni. Negli organismi viventi, il flusso/gioco continuo tra polarità opposte si può osservare nell'alternanza tra inspirazione ed espirazione, tra veglia e sonno, tra vita e morte; si pensi come ulteriore esempio al funzionamento dell'apparato muscolare dell'uomo (e a quello di qualunque animale), che lavora sempre per coppie o gruppi di muscoli tra loro opposti eppure cooperativi, in cui un gruppo funge da agonista e l'altro da antagonista, e viceversa. Molti altri esempi potremmo fare, ma già da quanto detto si evidenzia che poli opposti non vuol dire necessariamente antagonisti, anzi semmai complementari: gli elettroni sono necessari alla materia non meno dei protoni, così come le donne sono necessarie per la specie umana non meno degli uomini. L'universo, la vita, la materia esistono grazie al flusso e alla dinamica prodotta da opposizioni cooperative tendenti a un equilibrio. Dunque, se si vuole davvero pervenire ad una più ampia visione della realtà, è necessario liberarsi dal pregiudizio che diversità voglia dire necessariamente antagonismo.

(dal libro di E. Cheli, Le relazioni interpersonali, Xenia edizioni)