Scienza con Coscienza

La scienza è il grande potere della nostra epoca, nel bene e nel male, nell'avanzamento tecnologico e nella distruzione ambientale; nel corso degli ultimi tre, quattro secoli essa ha gradualmente soppiantato la religione assumendosi l'incarico di esprimere una nuova verità, alternativa a quella delle scritture e delle dottrine, al punto che la verità scientifica è divenuta l'unica oggi universalmente riconosciuta su questo pianeta, per altro diviso da mille ideologie, poteri, culture e teologie. La scienza moderna ha indubbiamente molti meriti, non ultimo quello di aver gettato le basi per una visione oggettiva e condivisa della realtà, ma non è scevra da limiti, i principali dei quali sono: la mancanza di una visione globale, olistica; il trascurare l'importanza della coscienza, che rappresenta l'aspetto centrale dell'uomo; l'essere troppo piena di sé, al punto da aver talvolta creato atteggiamenti dogmatici e chiusi.
La scienza ha diretto finora la sua ricerca prevalentemente sulla realtà esteriore, senza studiare la natura del conoscitore stesso, la dimensione essenziale e interiore della coscienza che anima lo scienziato come ogni altro essere umano. Ne deriva una scienza priva di coscienza che mette in pericolo la sopravvivenza della specie umana e dello stesso pianeta che la ospita.
Come ben sappiamo dalla storia, anche recente, l'impatto di scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche dipende non solo dalle loro caratteristiche intrinseche, ma anche e soprattutto dall'uso che ne viene fatto. Così come nel campo della chimica si producono energia e medicinali ma anche bombe e sostanze inquinanti, nel campo delle comunicazioni di massa possiamo avere formidabili strumenti di evoluzione, di crescita individuale e sociale ma anche di manipolazione e di condizionamento. Se è vero che poi l'uso viene deciso in sede politica o economica, è anche vero che gli scienziati non sono privi di responsabilità a riguardo. Chi si dedica a studiare nuovi virus, armi atomiche sempre più distruttive, processi chimici inevitabilmente inquinanti, non può ripararsi dietro il facile alibi della neutralità della scienza. Il mito positivista che lo scienziato svolga un asettico ruolo super partes di mero osservatore obiettivo della realtà è ormai ampiamente sfatato. Ogni scienziato deve assumersi le proprie responsabilità e accettare il fatto che tutto ciò che crea avrà una qualche influenza, positiva o negativa, sull'umanità e sul pianeta. Anche una semplice ipotesi o teoria è tutt'altro che neutra e lo studioso, e l'intellettuale in genere, in quanto creatore di idee, e per di più autorevole, diviene inevitabilmente co-sceneggiatore del continuo processo di costruzione sociale della realtà.

(dal libro di E. Cheli, L'età del risveglio interiore, Franco Angeli editore)

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Come è noto, la concezione sinora dominante nelle scienze - improntata sul paradigma meccanicistico riduzionista - ha teso a considerare la ricerca e l'etica come campi distinti e indipendenti, e così pure la conoscenza e la politica o i fini e i mezzi; ne consegue che lo scienziato dovrebbe perseguire essenzialmente scopi conoscitivi e lasciare ad altri le scelte (e i dubbi) circa l'utilizzo delle sue scoperte e le conseguenze che esso può comportare. Nella visione olistica emergente invece, le suddette dimensioni vengono considerate interconnesse e la ricerca non è ritenuta quasi mai neutrale e fine a se stessa ma anzi fin dall'inizio orientata verso determinati fini esterni, siano essi espliciti o impliciti, consapevoli o in ombra. Pertanto lo scienziato non solo non può defilarsi ma è anzi chiamato a prendere coscienza e responsabilità delle implicazioni etiche della propria attività e a schierarsi, dichiarando apertamente le finalità che la sua attività di ricerca persegue.

(dal libro di E. Cheli, La comunicazione come antidoto ai conflitti, Punto di Fuga ed.)